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Documento Conclusivo VIII Congresso CGIL Emilia Romagna
VIII CONGRESSO CGIL EMILIA-ROMAGNA
DOCUMENTO CONCLUSIVO
Il Congresso della CGIL dell’Emilia Romagna approva la relazione di Gianni Rinaldini, assume i contributi venuti dal dibattito e le conclusioni di Guglielmo Epifani
Tra la pubblicazione dei documenti congressuali ufficiali e lo svolgimento del congresso regionale, diversi fatti di grande importanza sono avvenuti, collocando la campagna congressuale in una fase ancora più complessa e delicata sia sul piano internazionale sia su quello nazionale.
Lo scenario internazionale
L’attacco terroristico dell’11 settembre scorso e la guerra contro l’Afghanistan segnano un passaggio tragico e drammatico dello scenario internazionale.
Il terrorismo si conferma, ancore una volta, nemico della convivenza civile, delle conquiste sociali, della libertà, della democrazia: per questo va combattuto a fondo ricorrendo, nel modo più efficace possibile, a strumenti diplomatici, politici, economico-finanziari, repressivi.
La risposta di guerra che è in atto, la scelta della guerra come strumento di lotta al terrorismo internazionale non corrisponde a tali criteri ed obiettivi. La guerra, infatti, colpisce le popolazioni civili, provoca distruzioni e morti innocenti alimentando e determinando catene di odio e sentimenti di vendetta che rischiano di generalizzare il conflitto militare e di fornire nuovo alimento al terrorismo.
Occorre operare per la sua immediata cessazione nei diversi aspetti: dai bombardamenti alle operazioni dei vari contingenti militari.
Serve però anche operare, da un lato, contro i progetti di estensione della guerra ad altri paesi, e, dall’altro lato, promuovere una politica di giustizia e di sicurezza in tutto lo scenario medio-orientale a partire dalla questione israelo-palestinese.
Ciò significa uno straordinario sforzo politico-diplomatico per favorire una soluzione inviando una forza internazionale di pace e costringendo l’attuale governo israeliano a interrompere la spirale di guerra aperta cui pare periodicamente puntare con i propri atti.
Mai come ora però, accanto al rifiuto della guerra come strumento di lotta al terrorismo internazionale, ha ragion d’essere l’opposizione all’uso della guerra come strumento ordinario di risoluzione dei conflitti internazionali.
Di fronte, infatti, ai problemi crescenti che l’attuale processo di globalizzazione produce in termini di sviluppo ineguale, di squilibri nel processo di redistribuzione delle risorse, di messa in discussione della sovranità alimentare, di perdita del sapere e della conoscenza, di appropriazione delle risorse energetiche, di finanziarizzazione dell’economia, di sfruttamento, e molto spesso, di limitazione delle libertà democratiche, la guerra si presenta, come lo strumento per rafforzare il dominio sulle risorse e sul potere.
L’uso e la pratica delle ideologie neo-liberiste che sostengono e giustificano questo modello, hanno aggravato le drammatiche contraddizioni che si sono prodotte aumentando l’enorme divario di ricchezza e di possibilità di vita che contrappone il Nord e il Sud del pianeta, impoverendo territori e popolazioni: il caso dell’Argentina, ma anche la situazione del sud-est asiatico, lo testimoniano purtroppo in modo in modo inequivocabile.
In uno scenario sempre più contraddistinto dall’assenza di un governo democratico nonché dal ruolo e dalle ricette inaccettabili degli organismi internazionali preposti alla regolazione degli “affari” (WTO, FMI, OCSE) dobbiamo registrare l’indebolimento e la messa in discussione del ruolo e della credibilità delle istituzioni politiche internazionali costruite negli ultimi cinquant’anni (ONU, OIL, ecc.).
Al rifiuto dell’uso della guerra come sopra indicato, va quindi accompagnata un’iniziativa politica di riforma-rilancio delle istituzioni politiche internazionali a partire dalle Nazioni Unite, così come, più in generale, occorre rilanciare, perché corretta nell’analisi e attuale nelle proposte, la “Dichiarazione sindacale per il Consiglio Ministeriale OCSE 2001 e per il G8 di Genova” preparata dal TUAC e dalla CES.
In tale contesto, va valorizzato e qualificato il ruolo di NEXUS come strumento per la ricerca di modelli di sviluppo sostenibili/alternativi e per la in/formazione sulla globalizzazione.
Le scelte strsategiche su cui intendiamo impegnare NEXUS sono::
· accesso ai beni comuni (cibo, acqua, sanità, istruzione);
· autodeterminazione delle comunità locali;
· diritti di genere;
· progetti con lavoratrici/tori immigrate/i nelle aree di provenienza;
Il modello di globalizzazione neo-liberista che si sta affermando non interviene solo a prefigurare e a modellare il rapporto fra i diversi paesi e le diverse aree geografiche.
Esso opera a livello del modello sociale e di sviluppo di ogni paese nella direzione della svalorizzazione del lavoro, dell’ indebolimento e della negazione del conflitto sociale democratico, della riduzione del sistema dei diritti della persona (nella sua dimensione sociale), della riduzione del ruolo e dello spazio dello stato sociale, della privatizzazione di beni e conoscenze collettive, della insostenibilità ambientale.
L’Europa e i paesi europei che la compongono, a partire dal nostro, sono anch’essi pienamente investiti da tale processo. La possibilità di incidere positivamente sullo scenario internazionale nonché la delineazione di un modello sociale ed economico diverso da quello statunitense non sono obiettivi né realizzati né scontati nonostante la Carta dei Diritti approvata a Nizza. Questo però è lo scenario e la posta in gioco nel processo costituente che ha preso il via con la Convenzione europea. In questo senso, la determinazione della dimensione sociale europea per quanto attiene i diritti, il lavoro e la qualità dello sviluppo rappresenta un appuntamento obbligato per la nostra iniziativa a livello europeo, nell’ambito della CES, ma anche nella dimensione nazionale.
Lo scenario nazionale
In ambito nazionale siamo ormai alla presenza di un’offensiva inaudita del padronato e del governo di centro-destra che punta alla radicale riscrittura del patto sociale e del patto di cittadinanza in essere, coniugando pseudo-liberismo e populismo.
Un’offensiva che, per il segno esplicitamente di parte che ha caratterizzato le misure adottate, ha fatto saltare la politica dei redditi a favore del sistema delle imprese.
Non sono leggibili in altro modo la struttura e i contenuti della Legge Finanziaria per il 2002, del Libro bianco e della proposta di legge delega sul mercato del lavoro, della proposta di legge Bossi-Fini sull’immigrazione, della proposta di riforma degli assetti attuali dei sistemi scolastico-formativo, sanitario, previdenziale, della proposta in materia di sistema fiscale, delle proposte sulla struttura federalista dello stato.
Non siamo semplicemente di fronte alla prefigurazione di un disegno di modifica del modello economico-sociale.
Siamo di fronte ad atti legislativi, a pratiche parlamentari e a progetti programmatici che mettono mano alla riscrittura della costituzione materiale di questo paese a partire dalla sfera del lavoro: dal diritto del lavoro e della pratica cancellazione dell’art. 18 dello Statuto, al superamento delle regole della contrattazione collettiva in funzione del superamento della contrattazione collettiva stessa.
Gli atti del governo in materia di giustizia poi, oltrechè allarmanti dal punto di vista democratico sono il preludio al disegno di riscrittura della prima parte della Costituzione.
E’ un progetto che apparentemente fa riferimento al dialogo sociale europeo, per poi promuovere, nei fatti, obiettivi radicalmente contraddittori con le scelte di indirizzo finora compiute in materia sociale dall’UE e, quindi, proprio per questo, testimonia di una volontà, del padronato e del governo, di condizionare il modello sociale ed economico europeo che sarà delineato nella costituzione che sarà definita dalla Convenzione Europea.
Per la portata e la natura degli obiettivi di questa offensiva politica e culturale condotta all’unisono da governo e padronato, identificabili nelle categorie del paradigma neo-liberista, il sindacato confederale e la CGIL in particolare sono un ostacolo da rimuovere, magari ridefinendone ruolo e funzioni,.
Non ci sono quindi alternative: questo progetto deve essere contrastato nettamente e sconfitto.
Serve un’azione sindacale di ampio respiro, che eviti una difesa del nostro ruolo in termini puramente adattativi e che ,in quanto tale, finirebbe per essere sostanzialmente subalterna.
Una pratica sindacale sorretta da un’adeguato pensiero critico, che sappia coniugare a livello europeo e internazionale una nuova strategia dei diritti e della democrazia, promovendo e ricercando interlocuzione e convergenze programmatiche con le reti dei social forum confrontandosi con le istanze proposte dallo straordinario movimento di giovani e associazioni che sinteticamente definiamo di critica a questa globalizzazione. Un movimento che, a partire da esperienze e motivazioni tra loro molto diverse, rappresenta la più importante novità dell’attuale fase politico-sociale.
Serve una iniziativa di opposizione sociale, dimostrando capacità di prospettare ipotesi alternative per uno sviluppo di qualità del paese e del suo modello di politica sociale a partire da:
· il rinnovo dei CCNL non ancora conclusi, compreso quello di Federmeccanica,
· la conferma di un sistema contrattuale imperniato su due livelli distinti per finalità e prerogative,
· la riduzione del numero complessivo dei CCNL, tramite la loro riorganizzazione e accorpamento,
· la conferma del CCNL come strumento centrale di solidarietà nell’ambito del quale è necessario operare un rinnovo delle parti normative nella direzione di un rafforzamento dei diritti e delle tutele, la redistribuzione di quote della ricchezza prodotta, andando oltre il recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni,
· l’impegno, anche rivisitando criticamente le esperienze compiute, a elaborare e praticare politiche rivendicative che ricompongano, nei diversi siti produttivi e/o nelle diverse filiere e/o nel territorio, una capacità d’intervento collettivo sul mercato del lavoro e sulla condizione della prestazione lavorativa. Si tratta cioè di rilanciare un punto di vista autonomo sull’impresa da parte delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso il quale affrontare nel loro insieme i modelli di organizzazione del lavoro. Occorre contrastare la tendenza alla precarizzazione dell’occupazione, alla svalorizzazione sociale del lavoro in termini collettivi, operando in termini di discontinuità con il passato attraverso la definizione di tavoli unici, il controllo e la riduzione degli orari, il rifiuto di operazioni di dumping mediante il ricorso a molteplici regimi contrattuali,
· l’impegno a respingere le continue proposte e gli atti del Governo volte nella direzione di una sostanziale e inaccettabile privatizzazione dei servizi pubblici in campo sanitario, assistenziale, previdenziale e scolastico-formativo,
· l’impegno a contrastare una visione del federalismo come rottura localistica dei diritti di cittadinanza e di accesso ai diritti sociali fondamentali quali la salute, l’istruzione, ecc.
Tale strategia non può prescindere dall’obbiettivo di rispondere in maniera specifica ai bisogni e agli interessi delle donne, in modo da declinare al femminile l’agire sindacale.
In tale ambito, il Congresso valuta positivamente la ritrovata capacità politica di praticare l’unità d’azione su obiettivi di grande rilevanza sociale come la politica per lo sviluppo del mezzogiorno, il rinnovo dei contratti nazionali dei settori pubblici, la difesa dell’art. 18 dello Statuto, il ritiro delle deleghe dei collegati alla finanziaria.
Altresì il Congresso considera dirimente e strategica la questione della democrazia sindacale basata sul diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a decidere la validazione delle piattaforme e degli accordi tramite voto, a partire dalla effettuazione del referendum sul contratto nazionale separato nella categoria dei metalmeccanici, così come del resto richiesto da oltre 351.000 firme certificate.
I comportamenti dell’insieme dell’organizzazione devono essere coerenti con questa impostazione
E’ questa la condizione per il rilancio di una iniziativa legislativa sulla rappresentanza e sulla rappresentatività che collochi il nostro paese davvero in Europa in materia di regole per il dialogo sociale, ma, soprattutto, per contrastare il diffondersi della pratica degli accordi separati, pratica che evidenzia il disegno padronale e del governo di frantumare la rappresentanza sindacale svuotando e inibendo la contrattazione collettiva.
Proprio per queste ragioni, il Congresso ritiene che debba essere massimo l’impegno di tutte le strutture per la riuscita delle iniziative di sciopero generale proclamate per il 29/1 p.v.,nella nostra regione, e per il 15/2 p.v. per quanto riguarda il settore pubblico e la scuola.
Tale mobilitazione unitaria deve proseguire per raggiungere l’obiettivo del ritiro dei provvedimenti collegati alla legge finanziaria in materia di lavoro, previdenza fisco, compreso lo sciopero generale
Il Congresso, invita i gruppi parlamentari a tener conto delle proposte e delle richieste unitarie del movimento sindacale anche tramite l’adozione di coerenti comportamenti parlamentari.
Il Congresso della CGIL valuta che per la CGIL sia comunque necessario , considerato la portata generale dell’attacco al sindacato e gli atti del Governo, la proclamazione dello sciopero generale nazionale con manifestazione a Roma in tempi utili rispetto all’iter legislativo.
Rimini, 18 gennaio 2002
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