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Se Vincenzo Marino dice la verità, il giornalista che nel 2004 “andava sistemato” perché dava fastidio a Reggio Emilia finalmente ha un nome: Donato Ungaro. L’assessore all’Urbanistica che doveva fare la stessa fine, invece ancora no.

DONATO UNGAROVincenzo Marino ha deposto come testimone a Reggio Emilia, nel primo grado di Aemilia, il 16 gennaio 2018. Membro dal 1992 della cosca crotonese Vrenna-Corigliano-Bonaventura alleata con i Grande Aracri, e condannato in via definitiva per associazione mafiosa, dal primo dicembre 2007 inizia a collaborare con la giustizia per “dare un futuro ai miei figli e anche perché sono stato attinto da colpi d’arma da fuoco”, dice in udienza. Cioè hanno cercato di ucciderlo. Durante la sua deposizione nell’aula bunker, in quel freddo gennaio di due anni fa, Vichs (soprannome di Marino) dice che un uomo di ‘ndrangheta, Antonio Muto classe ’71 (condannato a 8 anni e 6 mesi dal Tribunale reggiano) gli parlò durante una chiacchierata a Gualtieri (RE) della necessità di uccidere due persone che rompevano le scatole: un giornalista e un assessore comunale. L’incontro avvenne alla fine del 2003 (ne abbiamo parlato in un articolo del febbraio 2018). Il presidente del collegio Francesco Maria Caruso gli chiese i nomi ma il collaboratore non li ricordava. Dice la sentenza del rito ordinario sulla questione: “Muto Antonio incontrò Marino per acquistare una 164 blindata e perché si doveva risolvere una questione con un giornalista che gli dava fastidio, tanto che avevano maturato il progetto di ucciderlo, introducendo nel processo un episodio che si inserisce perfettamente nel contesto di una strategia che il sodalizio emiliano avrebbe riproposto per condizionare e imbavagliare gli organi di informazione”.

A quell’epoca (2003) tenevano banco nelle cronache reggiane il ricco mercato degli inerti per l’edilizia e il nome di una impresa, la Bacchi Aladino e Figli, chiamata in causa in Aemilia dal collaboratore Giuseppe Giglio nel febbraio 2016: “Abbiamo intrapreso anche un rapporto con Bacchi, a comprare materiale, cioè in nero, e rivenderlo”. Tre mesi dopo, il 9 maggio, sempre Giglio: “La Bacchi lavorava con tutti i meridionali, come no! Ci lavoravo io, ci lavorava Muto, ci lavorava Presenzano che è stato anche arrestato. Ci lavorava Riillo. Cioè ci vendeva del materiale in nero e poi ci faceva le fatture”.

La Bacchi era una grossa impresa con sede a Boretto, sulle rive del Po. Esiste ancora oggi, si chiama Bacchi S.p.A. e si è rinnovata, adottando un codice di condotta antimafia, dopo lunghe vicende giudiziarie culminate con due provvedimenti di esclusione dalla white list emessi dalla prefettura di Reggio nel 2011. Donato Ungaro si era occupato da giornalista, come collaboratore della Gazzetta di Reggio, delle vicende della ditta Bacchi.

Torniamo alla trascrizione della deposizione di Marino a Reggio Emilia:

PRESIDENTE:  Chi era questo giornalista? 

MARINO: Non me lo ricordo, signor Presidente… Dice (sta parlando di Antonio Muto) che questi avevano avuto una discussione per una manifestazione dei camion, insomma dovevamo sistemare ‘sto giornalista se ancora continuava a rompere le scatole. 

La successiva frase di Marino spiega come avevano pensato di uccidere i due: “Venne un ragazzo di nome Sasà di Napoli, e mi portò 2 calibro 9x21 e una valigia di proiettili”.

Di più, nel processo di Reggio Emilia, non si apprende, e questi omicidi (fortunatamente incompiuti) rientrano probabilmente nel novero di quelle tante cose ancora da chiarire che la sentenza del 31 ottobre 2018 mette in fila quando parla di “tutti gli attentati, i porti d'arma, i tentativi omicidiari, … rimasti senza nome e senza traccia, che dimostrano il livello di dominio sul territorio e sulle persone che l'organizzazione è riuscita a conseguire.”

Vincenzo Marino torna però a deporre il 24 luglio 2020, due anni dopo quella testimonianza, davanti ai giudici del nuovo appello nel rito abbreviato di Aemilia che si tiene a Bologna dopo la sentenza della Cassazione del 24 ottobre 2018. Due sono gli imputati per i quali la Corte dovrà nuovamente decidere tra condanna o assoluzione: Giuseppe Pagliani, residente a Scandiano (RE), ex capogruppo del Popolo delle Libertà in Provincia e di Forza Italia in Comune a Reggio Emilia (condannato nel precedente appello a 4 anni), e Michele Colacino, nativo di Crotone ma residente a Bibbiano (RE), condannato a 4 anni e 8 mesi. Il primo con l’accusa di “concorso esterno”, il secondo per “appartenenza” alla associazione mafiosa. E in questa occasione un nome Vincenzo Marino lo fa, rispondendo alle domande del Procuratore Generale Nicola Proto. Leggiamo la trascrizione dell’udienza:

PROCURATORE: Allora, Marino, lei ha mai conosciuto tale Colacino Michele?

MARINO: In un’occasione sola a Cutro. Nella casa di un suo cugino, un suo parente, il Pino Colacino.

PROCURATORE: In che periodo?

MARINO: Nel 2004. Parlavamo di quello che si doveva fare, di quello che non si doveva fare e per quanto riguarda gli affari che c’erano là a Reggio Emilia.

PROCURATORE: E quali erano le cose che si dovevano fare e quelle che non si dovevano fare?

MARINO: A Reggio Emilia si doveva sistemare un assessore comunale per un piano regolatore e un giornalista che dava fastidio, il dottore Ungaro. E poi parlavamo del resto, parlavamo dei Muto. Noi andammo là (a Gualtieri) per sistemare determinate pratiche. Praticamente c’era stato un problema su Gualtieri per quanto riguarda il Muto, di un giornalista che dava pure fastidio e in più per delle firme ad un assessore per un piano regolatore.

PROCURATORE: Era la pratica di cui avevate discusso a Cutro?

MARINO: Sì, infatti io gli dissi a Gualtieri che se l’assessore non firmava lo ammazzavamo e lo cambiavamo. 

PROCURATORE: Era un affare che vi stava molto a cuore?

MARINO: Sì, sì, assolutamente, anche il giornalista, che si stava occupando di cose molto serie, Dottore, stava cominciando a toccare i soldi.

PROCURATORE: E questa pratica per cui l’assessore doveva in qualche maniera intervenire cosa riguardava? Che cosa doveva fare questo assessore?

MARINO: Doveva mettere delle firme, Dottò, per concedere degli appalti e dei cantieri, doveva mettere delle firme sui piani regolatori e dare l’ok per aprire dei cantieri.

PROCURATORE: Siamo nell’ambito dell’edilizia, giusto?

VINCENZO MARINO: Sì, sì.

Quindi?

Restano aperte infinite domande, perché Vincenzo Marino nelle due deposizioni non va oltre questi pochi accenni. Corrono ancora dei rischi questi due, o possono vivere tranquilli? E noi, possiamo sperare che la stagione della risoluzione dei problemi con le calibro 9x21 sia definitivamente alle nostre spalle?

Chiarire questa vicenda è doveroso, e serve presumibilmente il contributo di tanti, dai magistrati alle forze di polizia, da chi conosce e amministra i territori in cui avvenivano queste cose alla memoria storica e alle indagini di natura giornalistica.

Un pezzo di questa storia passata è emerso nella stessa udienza del 24 luglio a Bologna, grazie alla deposizione dell’ex prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro in merito alle interdittive antimafia che durante gli anni del suo mandato (2009/2014) hanno colpito molte imprese reggiane di costruzione e di movimentazione terra. Interdittive che anche ad Antonella De Miro sono costate minacce ed avvertimenti mafiosi. Ne parleremo con cura in un prossimo articolo.

Resta per ora solo da sciogliere il nodo di quel “se” iniziale, che riguarda l’attendibilità di Vincenzo Marino. Il collegio giudicante di Reggio Emilia, nella sentenza di primo grado, crede al collaboratore: “Nessun dubbio nutre il Tribunale sulla credibilità soggettiva ed oggettiva del Marino, dimostratosi, ancora una volta, un prezioso e sincero collaboratore di giustizia”. Per contro non sfugge il dato della “memoria tardiva” di Vincenzo Marino ed è doveroso segnalare che nel 2012 Vichs è uscito dal programma di protezione dei collaboratori di giustizia, con parere favorevole della Direzione Antimafia, causa una evasione dai domiciliari ai quali era sottoposto.

Resta però scolpita in questa vicenda una verità storica che i dubbi sull’attendibilità di Marino non scalfiscono. Donato Ungaro ha pagato con il licenziamento, da dipendente comunale del Comune di Brescello, presunte colpe riferibili alla sua attività di giornalista collaboratore per la Gazzetta di Reggio. Un principio di causa/effetto inaccettabile e ancora non completamente sanato nonostante le successive sentenze che hanno decretato come “illegittimo” quel licenziamento. Perché le “presunte colpe” attribuite ad Ungaro dall’amministrazione comunale del sindaco Ermes Coffrini, che lo licenziò, sono in realtà espressione di uno dei beni più importanti che la Costituzione italiana ancora tutela: la libertà di parola e di stampa. Venerdì 4 settembre a Bologna l’hanno detto chiaro in conferenza stampa FNSI, Ordine dei Giornalisti e Sindacato dell’Emilia Romagna, che hanno deciso di consegnare al vice ministro dell’Interno Matteo Mauri, responsabile dell’Osservatorio sui giornalisti minacciati, l’intero dossier sulla vicenda di Donato Ungaro.

Paolo Bonacini

4 settembre 2020

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