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Due anni fa, commentando i primi arresti dell’operazione Billions coordinata dal dott. Giacomo Forte della Procura di Reggio Emilia (decine di rinviati a giudizio), ironizzavamo: “Alzi la mano a Reggio Emilia chi non ha mai emesso o ricevuto false fatture per arrotondare i conti aziendali”. Per guadagnare anche “mille euro al giorno”, come raccontava il fatturiere Salvatore Innocenti, uno dei quattro allora finiti in carcere. Due anni dopo c’è meno ironia nell’ordinanza del Tribunale di Reggio Emilia firmata dal GIP Luca Ramponi che dispone misure restrittive (22 arresti, 22 obblighi di dimora e di firma, 7 divieti di lavoro) per 51 dei 201 indagati dalla Procura al termine delle indagini.
La diffusione del ricorso a transazioni e operazioni illecite, alla compravendita di merci e beni inesistenti per riciclare denaro sporco, generare contante, abbattere le tasse e frodare il fisco, è una impressionante realtà. Un “fenomeno endemico, che dimostra la stanzialità del crimine in questo territorio”, ha detto in conferenza stampa il dott. Francesco Messina, Direttore centrale Anticrimine della Polizia di Stato, venuto da Roma per elogiare la sinergia tra pool investigativo (Polizia e Guardia di Finanza) e Procura reggiana. Billions segna la capacità del crimine di evolversi e affinare i propri strumenti ad una velocità impresssionante, ha aggiunto il Procuratore Marco Mescolini, che da buon romagnolo ha usato un paragone motociclistico: “Se non adeguiamo di pari passo le nostre capacità investigative, rischiamo di trovarci in motorino ad inseguire Marc Marquez che ci sfreccia davanti ai 300 all’ora”.
Gli arresti, le denunce, i circa 300 capi di imputazione, le auto sportive di lusso, le centinaia di migliaia di euro sequestrati, di cui buona parte in contanti, ci dicono che almeno questa volta i malviventi non hanno vinto la gara, ed è per questo che viene elogiata anche dal questore Giuseppe Ferrari e dal comandande della Guardia di Finanza Edoardo Moro “l’unione delle competenze che fa la forza” (circa 250 i militari e gli agenti impegnati).
L’evasione fiscale accertata, 24 milioni di euro, sottende operazioni fittizie e movimentazioni di denaro per oltre 250milioni. Impressionante la quantità di contante ritrovato durante i sequestri e le perquisizioni. Soldi che venivano monetizzati, come ormai da tradizione, attraverso i bancomat postali o degli istituti di credito. Con la positiva novità della collaborazione fornita agli investigatori dalle banche, che hanno segnalato oltre 150 operazioni sospette agli inquirenti. Bocche cucite invece dagli Ordini e dalle associazioni dei professionisti sebbene notai, avvocati e commercialisti raggruppino le competenze necessarie alla associazione criminale per le truffe economiche che poggiano su false dichiarazioni, false società, false compravendite.

CONFRONTO AEMILIA BILLIONS
L’organizzazione criminale era strutturata in “cellule”, autonome territorialmente ma collegate tra loro, con una sorta di cassa comune nella quale confluivano soldi da riciclare o utili da spartire. Nei dettagli della struttura criminale sono entrati il dirigente della Squadra Mobile reggiana Guglielmo Battisti e il maggiore Maria Concetta di Domenica della Guardia di Finanza provinciale. Le cellule erano 10, con relativi capi e con autonome organizzazioni gerarchiche, scendendo fino agli immancabili prestanome di società fittizie e agli altrettando indispensabili “prelevatori”, addetti alla raccolta del contante confluito sui conti correnti bancari e postali. Di queste 10 cellule due erano emiliane doc, con cuore a Reggio, una mantovana, altre governate da cutresi; il bacino delle operazioni era grande come l’Italia, coprendo 14 regioni su 20. Tra i duecento indagati circa 130 risiedono stabilmente in provincia di Reggio Emilia. 60 di questi sono originari del crotonese e di Cutro in particolare. I più vecchi, nati negli anni Cinquanta e Sessanata, sono una ventina; 40 invece sono indagati della generazione di mezzo e “giovani leve” tra i 30 e i 50 anni. Se guardiamo la distribuzione geografica nei comuni dei 130 indagati in provincia di Reggio Emilia, scopriamo una straordinaria somiglianza con gli affollamenti degli imputati di Aemilia. Il maggior numero di indagati/imputati risiede nel comune capoluogo, ma spiccano le alte concentrazioni del comune di Cadelbosco Sopra, della zona Montecchio/Bibbiano/Sant’Ilario, della striscia rivierasca sul Po. Che conta peraltro una cellula dell’organizzazione criminale anche sull’altra sponda con una dozzina di indagati tra Mantova e Viadana.

In regione Emilia Romagna sono coivolte quattro persone tra Parma e Salsomaggiore, due in provincia di Modena, una a Piacenza e una a Bologna. Le residenze degli altri indagati spaziano dalla Calabria al Veneto, da Lecce a Trento passando per Napoli, Roma, Firenze, Milano, senza disdegnare un salto sulle isole a Caltanisetta e a Oristano. Non mancano personaggi di nazionalità straniera: rumeni, bulgari, moldavi, russi e ucraini, croati e svizzeri. Tre indagati di Billion sono nati infine in Germania e risiedono a Reggio Emilia. Uno di questi, già arrestato due anni fa all’inizio delle indagini, è Giuseppe Aloi, nativo di Schwerte, in Renania, ora residente a Cavriago, condannato a 6 anni e 6 mesi nel primo grado di Aemilia proprio per frodi fiscali. Altri condannati di Aemilia ora coinvolti in Billions sono Luigi Brugnano (10 anni e 6 mesi in primo grado) e Alfonso Frontera (8 anni). Tra gli indagati anche Vincenzo Vasapollo, già condannato per il tentato omicidio di Antonio Valerio e cugino del Nicola ucciso a Pieve Modolena nel 1992. Ai vertici delle cellule, collegate da un impressionante numero di movimenti finanziari che terminavano con il prelievo di contanti, stavano un reggiano di 55 anni, Luca Bonacini di Quattro Castella, il cremonese Giorgio Bellini di 61 anni, e otto persone di origine o di famiglia calabrese, quasi tutte residenti a Reggio Emilia. Si tratta di Giuseppe Gareri (Gualtieri), Luigi Brugnano detto “Gino”, Giuseppe Stirparo detto “Spike” e Antonio Sestito (tutti e tre residenti a Cadelbosco Sopra), Nicola Lombardo che vive a Oristano, Pietro Arabia (Campegine), Michele Caccia e Salvatore Mendicino detto “il barese” (comune di Reggio Emilia). Cinque di loro sono finiti in carcere, gli altri agli arresti domiciliari (con Bonacini anche la moglie Rossana Mariani, considerata una organizzatrice con alte capacità di comando della organizzazione).

FLUSSI FINANZE BILLIONS
Marito e moglie commentano al telefono nel settembre 2018 i primi quattro arresti chiesti dal PM Forte all’inizio di Billions. Bonacini dice alla Mariani: “Lo sai che quelli sono i primi, eh? I primi dei nostri, hai capito?”
“Ehhh, sì” risponde la moglie, ma Luca commenta spavaldo ridendo: “E vabbé, chi cazzo li conosce quelli lì…”. Ora forse si conosceranno in carcere.
C’è però almeno un’altra intercettazione che merita di essere citata, perché in questa storia c’è un esercito di prestanome che per qualche utilità o per un pugno di soldi si mettono a disposizione dei criminali che guidano l’organizzazione, rendendo disponibili il proprio nome incensurato e la propria firma. Luigia Savignano, 58 anni, nata a Salerno e residente a Genova, opera come prestanome per la società Eurotrading di Bonacini e della moglie. Vorrebbe andarsene in ferie quando Bonacini ha bisogno di lei e il commento con un amico (anche lui indagato) del capo di Quattro Castella è lapidario: “Ho capito, vuoi andare in ferie, ma anche io vorrei andarci. Sono cinque anni che non ci vado. Ascolta – le ho detto – prenditi su e cammina. E’ andata via che piangeva. Cioè, veramente, tu dai da mangiare alla gente e loro vogliono andare in ferie. Io, vedi, sono troppo onesto, perché (questi) vanno inculati tutti quanti. C’è anche un altro che fa il fenomeno, e anche lui si è preso un vaffanculo ed è tornato giù umile, tranquillo e beato, perché altrimenti lì c’è la porta: potete uscire tutti tranquilli”.
Luca Bonacini sarà come dice lui “troppo onesto”, ma qui sembra di essere arrivati al caporalato e alle minacce nella falsa intestazione. Ai reati nel reato, commessi dai capi di una associazione che di mestiere (si legge in un’altra intercettazione di Bonacini al telefono con Bellini) gestisce società che “producono soldi”.
Tutto made in Reggio Emilia.

Paolo Bonacini

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