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La pubblicazione dei dati Istat relativi al mercato del lavoro nel 3° trimestre 2020 conferma l’enorme impatto che su di esso hanno avuto la pandemia e il conseguente lockdown.

In verità non c’è stata molta attenzione da parte dei media attorno a questi dati, forse anche a causa della loro difficile lettura nelle dinamiche di breve periodo che solitamente sono quelle a cui si desta maggiore attenzione.
È evidente che nel 3° trimestre molto è cambiato rispetto a quanto registrato nel 2°: si è rimessa in moto una parte importante dell’economia, che invece si era fermata durante i mesi primaverili.
Lo attesta in ambito nazionale (purtroppo non è disponibile il dato regionale) l’aumento delle ore lavorate: 1 milione e mezzo di ore in più, pari ad una crescita percentuale del 17,5%, ben superiore a quella fisiologica che si registra abitualmente nei mesi estivi grazie al contributo di settori particolarmente importanti nella nostra regione come turismo e agricoltura.

Ore lavorate Italia 1

Meno positivo è invece, ovviamente, il confronto con gli anni precedenti. Il calo del 5,2% rispetto allo stesso trimestre del 2019 e del 4,6% rispetto a dieci anni prima era del resto scontato visto l’ampio ricorso alla cassa integrazione.

Principali variazioni rispetto al 2° trimestre 2020

Grazie a questa parziale ripresa delle attività produttive, oltre che – non va mai dimenticato – al blocco dei licenziamenti, il calo degli occupati rispetto al trimestre precedente è stato piuttosto contenuto in Emilia-Romagna (diecimila persone, cioè il -0,5%), mentre a livello nazionale si è registrata addirittura una crescita del 0,7%.
Tanto a livello nazionale quanto a livello regionale, in ogni caso, l’andamento rispetto al trimestre precedente è estremamente divaricato tra lavoro dipendente, in crescita (+1,2% in Emilia-Romagna e +1,3% in Italia), e lavoro autonomo, in calo (-6,3% in Emilia-Romagna e -1,4% in Italia).
Restringendo l’osservazione alla realtà regionale a crescere è soprattutto il lavoro delle donne, sia dipendenti sia indipendenti, occupate nel settore “commercio alberghi e ristoranti” (oltre 13.000 occupate in più), a cui fa da contraltare, nello stesso settore, la riduzione dell’occupazione maschile (15.500 in meno). Esattamente il contrario di quanto avviene nell’industria in senso stretto, dove la componente maschile registra una crescita occupazionale di quasi 7.000 addetti, mentre le donne calano di quasi 6.000.

L’altro effetto della risalita estiva delle ore lavorate è stato il ritorno attivo sul mercato del lavoro della gran parte di quanti avevano ingrossato oltremisura le schiere degli inattivi durante il lockdown primaverile, perché scoraggiati, materialmente impediti a ricercare lavoro o, soprattutto le donne, assorbite dalle accresciute necessità del lavoro di cura. Restando però assai scarsi gli sbocchi occupazionali, questo ha determinato soprattutto una crescita rilevante dei disoccupati, risaliti rapidamente ai livelli di alcuni anni fa.
Risalta comunque, in particolare nella realtà dell’Emilia-Romagna, un comportamento molto differenziato tra maschi e femmine nei mesi della pandemia. Se nella prima fase (2° trimestre) sono state quasi esclusivamente le donne ad ingrossare le fila degli inattivi, nella seconda (3° trimestre) sono di nuovo le donne a tornare in attività, in numeri ancora rilevanti, pari ad oltre l’80% di quelle che avevano precedentemente abbandonato il mercato del lavoro. Solo una su tre però trova effettivamente lavoro, mentre le altre si ritrovano nella condizione di disoccupate ed infatti sono loro a determinare maggiormente l’aumento di questo specifico contingente della forza-lavoro.

Principali variazioni rispetto al 3° trimestre 2019

Tanto in Emilia-Romagna quanto in Italia calano, rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, gli occupati (-2,1% nel primo caso e -2,6% nel secondo) e crescono sia i disoccupati sia gli inattivi. Tuttavia in Emilia-Romagna l’aumento dei disoccupati è percentualmente molto più rilevante (+25,2% contro +8,6%). In parte questo è da ascrivere anche all’aumento della popolazione dai 15 anni in su registrato in regione (+0,3%), contro la crescita zero nazionale.
In Emilia-Romagna il calo occupazionale è più accentuato tra i lavoratori indipendenti rispetto a quelli dipendenti (-5,2% i primi e 1,2% i secondi), così come più tra le donne (-2,8%) che tra gli uomini (-1,2%).
Il calo più significativo riguarda i dipendenti dell’industria in senso stretto (circa 28.000 in meno), ma è molto rilevante anche la riduzione degli addetti autonomi di “commercio, alberghi e ristoranti” (oltre 17.000 in meno).
In totale controtendenza l’agricoltura, che continua a confermare una crescita degli addetti (oltre 9.000 in più nel confronto su base annua, quasi esclusivamente maschi).
Il calo degli occupati si riflette inevitabilmente sull’aumento dei disoccupati, complice anche un piccolo ma non trascurabile aumento della popolazione residente in età lavorativa (oltre 11.500 persone). Una parte dei senza-lavoro si è però trasformato in inattivo (meno della metà, mentre a livello nazionale questo avviene nei due terzi dei casi!) e va rimarcato come anche nel confronto su base annuale, in Regione, la crescita degli inattivi sia concentrata soprattutto nella componente femminile (oltre 15.000 su 24.500).

Principali variazioni rispetto al 3° trimestre 2010

 Guardando alle tendenze di più lungo periodo possiamo notare come l’aumento della popolazione con almeno 15 anni di età registrato in Emilia-Romagna negli ultimi dieci anni (+ 107.000 persone pari al +2,9%) si sia tradotta perlopiù in maggiore occupazione (+ 61.000 quasi) e in misura minore in maggiore disoccupazione (+46.000), con una sostanziale invarianza del numero degli inattivi. Quest’ultimo è un dato non banale, visto il progressivo invecchiamento della popolazione, verosimilmente da addebitare alla riforma pensionistica del 2011/2012.
La crescita occupazionale sopra richiamata è in realtà la somma algebrica di due andamenti molto differenziati: quello del lavoro dipendente, che è cresciuto il doppio rispetto alla media totale (+122.000) e quello del lavoro autonomo che ha perso appunto 61.000 occupati, molto concentrati nella componente maschile. Anche per effetto di questo il genere femminile ha registrato complessivamente una crescita più significativa di occupati: + 39.000, pari al +4,6%.
Ovvio come su questo andamento così differenziato tra lavoro dipendente e indipendente abbia influito ancora una volta anche il blocco dei licenziamenti.
Dal punto di vista settoriale sono stati soprattutto le cosiddette “altre attività dei servizi” ad essere premiate, con una crescita di quasi 104.000 occupati (+12,8%), ma anche il settore che ricomprende ”agricoltura, silvicoltura e pesca” che anzi percentualmente è cresciuto anche di più (+14,4%). In forte calo sono state invece le costruzioni (-35.600, pari a -26,5%) e il settore “commercio, alberghi e ristoranti” (-29.100, pari a -7,4%). Quest’ultimo è il settore che si distingue maggiormente rispetto all’andamento nazionale, dove registra al contrario un contenuto incremento (+2,4%).

popolazione con almeno 15 anni. Emilia Romagna 1

Popolazione con almeno 15 anni per sesso. Emilia Romagna 1

occupati per genere e posizione professionale. Emilia Romagna 04

Occupati per settore. Emilia Romagna 1

 

popolazione con almeno 15 anni. Italia 1

occupati per genere e per posizione professionale 1

occupati per settore. Italia 1

Altri caratteri dell’occupazione (solo per il livello nazionale)

La rilevazione trimestrale non offre per il livello regionale alcuni altri dettagli che sono invece disponibili per quello nazionale, ma che per la loro rilevanza meritano comunque di essere presi in considerazione.
Nel secondo trimestre del 2020 era evidente che la riduzione degli occupati legata al lockdown era concentrata nelle figure più fragili del mercato del lavoro: part-time, donne, stranieri e soprattutto dipendenti a tempo determinato.

Nel terzo trimestre queste figure cercano invece di riaffacciarsi sul mercato del lavoro e la moderata crescita occupazionale che si registra a livello nazionale (ma non in Emilia-Romagna!) non riguarda infatti i dipendenti a tempo indeterminato, che al contrario calano (- 72.000), ma soprattutto i dipendenti a tempo determinato (+294.000) e gli stranieri (quasi 150.000 in più), mentre donne e part-time restano sostanzialmente al palo.

Il confronto con il terzo trimestre 2019 dà la misura del complessivo cambiamento conseguente alla crisi pandemica.
A fronte di quasi 622.000 occupati in meno (-2,6%), 344.000 sono donne (-3,5%), quasi 450.000 sono dipendenti a tempo determinato (-14,1%), 312.000 hanno meno di 34 anni (-6,0%), 241.000 sono part-time (-5,5%) e infine, dato non contenuto nelle tabelle, quasi 158.000 sono stranieri (-6,1%). Pressoché stabili, anzi in lieve crescita (+0,3%), i dipendenti a tempo indeterminato.

occupati per regime orario. Italia 1

Occupati per fasce detà. Italia 1

Sottoccupati con 15 o più anni. Italia 1

I tassi

A causa della riduzione degli inattivi risalgono tutti i tassi dopo la caduta del 2° trimestre, sia a livello regionale sia a livello nazionale. L’unico che arretra ancora è il tasso d’occupazione emiliano-romagnolo, che tuttavia rimane il secondo più alto in Italia dopo il Trentino Alto-Adige. Il tasso di occupazione femminile vede invece l’Emilia-Romagna al terzo posto, superata anche dalla Val d’Aosta.
Preoccupa ovviamente la risalita del tasso di disoccupazione, che a fine anno potrebbe registrare una media annua attorno al 6%, cioè mezzo punto più in su rispetto alla media del 2019. È difficile però azzardare una previsione, visto che la dinamica del tasso di disoccupazione è fortemente correlata a quella del tasso di attività: un calo di quest’ultimo potrebbe trascinare in basso anche quello di disoccupazione esattamente com’è avvenuto nel 2° trimestre.
A livello nazionale va notata l’impennata veramente considerevole del tasso di disoccupazione dei giovani dai 18 ai 29 anni, che guadagna quasi 5 punti rispetto al secondo trimestre o quasi 4 rispetto allo stesso trimestre del 2019.

Andamento dei tassi. Emilia Romagna 1

Andamento dei tassi. Italia 1

In sintesi, quindi, i mesi estivi sono stati caratterizzati dal ritorno sul mercato del lavoro di una parte importante di coloro che ne erano usciti o ne erano stati espulsi durante i mesi primaverili, caratterizzati dal primo lockdown pandemico. Si tratta prevalentemente della parte più fragile del mercato del lavoro, impegnata con contratti precari oppure in attività lavorative autonome un po’ marginali. Si tratta inoltre in larga prevalenza di donne.
Questo ritorno all’attività ha trovato però scarsamente riscontro in termini occupazionali ed ha finito quindi per determinare una rilevante crescita dei disoccupati, a tutti i livelli, al contrario di quanto era avvenuto nel secondo trimestre.
Infine, la parte più stabile dell’occupazione, quella dei dipendenti a tempo indeterminato, rimane per il momento sotto lo scudo protettivo della cassa integrazione e soprattutto del blocco dei licenziamenti e quindi non è soggetta a grandi variazioni.

Giuliano Guietti, presidente Ires Emilia Romagna

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