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Prendiamo dieci indagini, o processi, o sentenze, che hanno caratterizzato il 2020 in Emilia Romagna sul fronte della lotta alla criminalità organizzata, mafiosa o semplicemente odiosa che sia. In realtà sono più di dieci gli eventi significativi che hanno meritato l’attenzione dell’opinione pubblica, ma limitiamoci a dieci, quelli più importanti, che bastano e avanzano. Partiamo da Aemilia, il processo alla ‘ndrangheta con 220 imputati, giunto alla sentenza d’Appello, per arrivare all’ultima vicenda che di indagati (agli arresti domiciliari) ne conta per ora uno solo: il legale rappresentante dell’associazione Svoltare Onlus, che a Parma secondo la Guardia di Finanza aveva un modo tutto suo di interpretare le attività “no profit” nel campo dell’accoglienza ai diseredati: “no profit per gli altri, ma grandi profit per me”.

In mezzo ci stanno inchieste e processi che è legittimo definire importanti per numero delle persone coinvolte, per aree geografiche interessate, per valori economici in gioco, per violenza e odiosità delle azioni delittuose che hanno attentato alla vita e alla dignità delle persone. Stiamo parlando degli altri due processi alla ‘ndrangheta emiliana, Grimilde e Aemilia 92. Di un processo alla nuova camorra riminese e alle sue brutali azioni di conquista del territorio. Delle incredibili vicende di Piacenza (organizzazione criminale messa in piedi da Carabinieri e Finanzieri) e Forlì (caporalato spinto alla schiavitù dei lavoratori in agricoltura). E infine di almeno tre grandi operazioni contro la criminalità organizzata attiva nel campo delle false fatturazioni (Work in Progress e Daunia a Parma, Billions a Reggio Emilia).

Tre di queste storie, legate alla massiccia e storica penetrazione in regione della ‘ndrangheta calabrese, sono arrivate a sentenza tra ottobre e dicembre 2020. Ne abbiamo ampiamente parlato e riassumiamo solo i numeri più significativi. L’appello di Aemilia ha valutato 119 persone delle 120 per le quali era stato presentato ricorso (Gianluigi Sarcone, accusato del 416 bis, viene giudicato separatamente l’11 gennaio). Le condanne sono state 93, per oltre 700 anni di carcere, le assoluzioni 26. Delle 54 persone accusate del reato più grave, l’appartenenza all’organizzazione mafiosa, 50 hanno avuto la condanna confermata in Appello o giunta alla sentenza definitiva in Cassazione.

Nel processo Grimilde (cosca Grande Aracri con base a Brescello) gli imputati sono 70 e 48 di loro sono già stati giudicati in abbreviato a Bologna con 40 condanne a 217 anni complessivi di carcere. Otto le assoluzioni. Il rito ordinario è iniziato a Reggio Emilia per gli altri 22 imputati il 16 dicembre e riprenderà a febbraio.

Il processo in Corte d’Assise a Reggio Emilia per gli omicidi di ‘ndrangheta del 1992 è giunto a sentenza (primo grado) il 2 ottobre scorso, con l’ergastolo per Nicolino Grande Aracri e l’assoluzione per gli altri tre imputati: Antonio Ciampà, Antonio Le Rose e Angelo Greco. È atteso per questi primi giorni dell’anno nuovo il deposito delle motivazioni. L’Appello del rito abbreviato, per gli stessi omicidi, ha confermato a fine novembre i 30 anni di carcere per Nicolino Sarcone.

Due inchieste delle dieci citate sono invece ai primi passi e meritano di essere raccontate. La prima interessa il riminese, dove la Direzione Distrettuale Antimafia ha incastrato dieci presunti esponenti della Camorra di origini napoletane. Sono i protagonisti di una violenta guerra di mafia per il controllo del territorio romagnolo, il cui obbiettivo era imporre anche sulle rive dell’Adriatico il comando della cosiddetta “Alleanza di Secondigliano” a scapito dei vecchi camorristi insediati (famiglie Romaniello, Di Dato, Ripoli). Le affinità storiche con le vicende di Reggio Emilia negli anni Novanta sono evidenti: lo scontro tra le cosche nel territorio di origine (il quartiere napoletano di Secondigliano è diventato nel 2004 teatro di guerra tra le famiglie camorriste) si trasferisce al nord con tutto il suo carico di violenza. Non siamo agli omicidi di Reggio Emilia e Brescello, ma il Pubblico Ministero della Dda bolognese Marco Forte parla di azioni delittuose particolarmente cruente che comprendono “sequestro di persona, lesioni personali, estorsioni, minacce con armi da fuoco, rapina”. Il fine ultimo non è mai semplicemente far fuori gli avversari bensì sostituirsi a loro nel controllo delle attività economiche illecite, che a Rimini come nel resto della regione contemplano estorsioni, rapine, intestazioni fittizie di beni, riciclaggio di denaro attraverso società di comodo. Una guerra, altra affinità con Aemilia, che configura l’autonomia organizzativa dell’associazione mafiosa. Non più o non solo una costola della casa madre napoletana, ma un gruppo criminale autoreferenziale che stabilisce i propri obbiettivi, si intasca i relativi proventi, utilizza le proprie armi e la propria forza per creare assoggettamento e omertà nelle aree di azione. In sostanza un sodalizio, dice il PM Giacomo Forte con una efficace immagine, “portatore di autonoma e localizzata potestà di intimidazione”. Non a caso il leader di questo gruppo emergente, Ciro Contini, 32enne nato a Napoli e nipote del boss Eduardo detto “Faccia d’angelo”, attuale reggente del clan di Secondigliano, è considerato un “cane sciolto”, soggetto “indesiderato” dalla casa madre, che guida il suo manipolo di mafiosi in riviera garantendo loro i soldi per campare nel benessere e la protezione per scampare ai nemici. Contini è già in galera ad Agrigento quando la Dda chiede il nuovo arresto, e in galera è pure il suo braccio destro Antonio Acampa, marito della sorella di Ciro. Sono tutti già in galera, i dieci arrestati, ma erano tutti liberi tra l’ottobre 2018 e l’ottobre 2019 quando ne facevano di tutti i colori a due passi dalle spiagge affollate. Ad esempio rinchiudere il nemico di camorra chiamato “zio Pio” nella sede di una società di autonoleggio a Viserba, tappargli la bocca col nastro isolante, spaccargli la faccia con i pugni e le ossa con tondini di ferro e mazze da baseball. Oppure invitare un altro antagonista nel capannone della Borrelli & T trasporti, a Rimini, e con le facce nascoste dai caschi picchiarlo a martellate e frantumargli una mano che forse dovrà essere amputata. Nessuno tra le vittime ha presentato denuncia per le violenze subite: segno chiaro che la cosca esisteva e faceva paura. Una delle aziende che utilizzavano come paravento per gli spostamenti di denaro era la Viserba Rent situata nell’omonima e celebre frazione balneare di Rimini. Era formalmente intestata ad Armando Savorra, nato a Napoli e residente a Rimini, nullatenente secondo la dichiarazione dei redditi ma con un debito di oltre 50mila euro verso l’erario.

Il 9 dicembre scorso il giudice per le indagini preliminari di Bologna Grazia Nart ha condannato in primo grado tutti e dieci gli imputati per i fatti contestati, con pene che vanno da un minino di 5 anni e 4 mesi ad un massimo di 20 anni.

Serva per contrasto, questa piccola storia dei magnifici (mica tanto) dieci camorristi riminesi e delle loro due aziende, a dare l’idea di quanto fosse ampio il bacino d’affari dei 220 indagati di Aemilia e delle loro centinaia di società fasulle.

All’altro capo, dicevamo, ci sta l’unico arrestato (ai domiciliari) a Parma, nell’ultima operazione del 2020 compiuta dalla Guardia di Finanza sotto il coordinamento della locale Procura. Si tratta di Simone Strozzi, direttore e legale rappresentante dell’associazione denominata Svoltare Onlus, che dal 2015 si occupa dei servizi di accoglienza per i cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale. È accusato di malversazione ai danni dello Stato, di turbativa d’asta, di false e omesse dichiarazioni fiscali. Anche di peculato, perché in veste di pubblico ufficiale (Strozzi era amministratore di sostegno nominato dal Tribunale) si appropriava delle somme destinate ai soggetti amministrati e le teneva per sé. Gli sono stati sequestrati beni e denaro liquido per 1,4 milioni di euro come contropartita delle indebite azioni compiute. Quella Svoltare Onlus non era in realtà una Onlus, che sta a significare: Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale. Era la sua impresa personale, che attraverso false documentazioni e indebite appropriazioni di gare indette dagli Enti Locali si era accaparrata almeno 16 milioni di euro di fondi pubblici tra il 2015 e il 2018. Soldi destinati all’accoglienza dei migranti, alle azioni di sostegno per soggetti deboli ed emarginati. Finiti invece, dice il provvedimento del Gip di Parma Mattia Fiorentini, sulle carte prepagate utilizzate poi dai soci della Onlus per comprare costosi vini francesi, prolungati viaggi all’estero e capi firmati d’abbigliamento, smartphone di ultima generazione e trattamenti di bellezza. Ma anche per pagare utenze domestiche e spese condominiali, per ripianare debiti personali e fornire ai soci “restituzioni di prestiti infruttiferi” sebbene tali prestiti, secondo la Guardia di Finanza, non fossero mai stati effettuati. 240mila euro l’ammontare complessivo di questi indebiti benefit.

Nella già martoriata Parma, martoriata dagli affari illeciti che contaminano il mercato d’impresa e colpiscono quello del lavoro, la vicenda della Svoltare Onlus ci dice che non c’è rispetto neppure per i bisogni e per la fragilità dei più deboli. Che anche il dramma degli esuli, degli sfollati, dei migranti richiedenti asilo, può essere una buona occasione di arricchimento per gente senza scrupoli.

Per questo l’indagine merita attenzione. Anche se una sola persona è per ora indagata; anche se l’evasione fiscale accertata è “solo” di un milione e 150mila euro: una pagliuzza nell’oceano di affari illeciti consumati in regione.

L’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ogni anno a giugno pubblica un report sui dati mondiali che riguardano le persone in fuga da conflitti, persecuzioni e violenze. Quelle che poi arrivano anche in Italia e anche a Parma.

L’ultimo dato, relativo al 2019, ci dice che gli esodi forzati oggi hanno raggiunto la cifra senza precedenti di 79,5 milioni di persone. Una ogni 97 uomini e donne esistenti al mondo; un dato quasi raddoppiato dal 2010 ad oggi. Poco più della metà di queste persone sono sfollate all’interno dei propri Paesi; le altre varcano i confini e chiedono asilo all’estero. Il numero di minori in fuga, stimato intorno ai 30/34 milioni, è più elevato di quello dell’intera popolazione di Australia, Danimarca e Mongolia messe insieme. Il ritorno a casa è sempre più difficile e la media è crollata negli ultimi dieci anni a 385mila persone, segno che chi fugge è in numero decisamente superiore a chi trova una nuova o vecchia dimora stabile. Dichiara l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi: “Non ci si può aspettare che le persone vivano per anni e anni una condizione precaria, senza avere né la possibilità di tornare a casa né la speranza di poter cominciare una nuova vita nel luogo in cui si trovano”.

Già. Eppure, di fronte a questi numeri, non c’è solo chi piange. C’è anche chi sorride e si frega le mani.

Paolo Bonacini

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