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“Alla Corte di Appello di Bologna, seconda sezione penale, il sottoscritto Sarcone Gianluigi, in relazione alla prima parte delle accuse di cui sono imputato: essere un appartenente, col ruolo di partecipe, della associazione ‘ndranghetista emiliana con epicentro a Reggio Emilia, mi dichiaro colpevole”.

SENTENZA SARCONE IN AULA

Comincia così la lettera scritta dall’ultimo imputato ancora in attesa di giudizio nell’appello del maxi processo di Reggio Emilia, letta in aula il 25 gennaio dal presidente della Corte Luca Ghedini. Il fratello del capo Nicolino Sarcone aveva ottenuto lo stralcio dopo aver ricusato un giudice nel grande appello che ha animato il carcere della Dozza di Bologna per tutto il 2020. La sua posizione è passata ad altra Corte e al termine della seconda udienza di questo gennaio 2021 arriva la confessione. Seguita appena un’ora dopo dalla sentenza: 14 anni e 6 mesi di carcere. Per aver appartenuto all’organizzazione autonoma con base a Reggio Emilia e per avere minacciato nel 2012 il giornalista di Telereggio Gabriele Franzini. Quella sua ammissione di colpa non conta, o perlomeno i giudici non la considerano sufficiente per concedere attenuanti, stando al dispositivo letto in aula. La pena rideterminata è di 5 anni e 4 mesi inferiore a quella del primo grado, ma c’è l’effetto della riunificazione dei reati.

Il problema è forse che quella confessione, redatta a mano e firmata nel carcere di Viterbo lo scorso 18 gennaio, è solo una “mezza confessione”. Perché Gianluigi Sarcone ammette di avere fatto parte della ‘ndrangheta dal 2004 al 2015, quando venne arrestato, ma nega di avere in seguito assunto quel ruolo di comando delle attività, sebbene in carcere, che gli contesta la sentenza di primo grado e che non poteva più esercitare suo fratello Nicolino, recluso in isolamento al 41 bis. Il collaboratore di giustizia Antonio Valerio, uno dei suoi principali accusatori, lo definisce uno dei “quattro amici al bar” capaci di tramare, commettere violenze e condizionare i testimoni del processo anche dopo essere finiti in galera (gli altri tre sono Gianni Floro Vito, Sergio Bolognino e Pasquale Brescia). Ed è su quella nuova stagione di azioni delittuose, nella quale Gianluigi Sarcone aveva assunto il grado di “organizzatore” della cosca assieme a Luigi Muto (’75), secondo i pubblici ministeri, che si fonda il “processo nel processo” aperto a Reggio Emilia l’8 febbraio 2018, costato in primo grado a Gianluigi la pena più pesante (16 anni e 4 mesi). Quel giorno, nel formulare le nuove accuse, la PM Beatrice Ronchi disse che anche dopo l’arresto del gennaio 2015 i 34 nuovi imputati “confermarono l’adesione alle regole e alle strategie della ‘ndrangheta”. E lo fecero “in complicità con altre persone” libere, come il terzo fratello della famiglia Sarcone, Carmine, residente con gli altri a Bibbiano (RE). Ricordarlo è importante perché è su questa seconda fase che Gianluigi nella lettera rigetta le accuse: “Io (dal 2015) non ho mai organizzato alcunchè. Mi sono solo e sempre difeso; nel processo, e non dal processo. Non sono, e mai sono stato, un organizzatore, e men che meno un promotore”. Di ‘ndrangheta, si intende.

Nella sua breve arringa l’avvocato Valerio Vianello Accoretti, difensore di Sarcone, riferendosi ai comportamenti di Gianluigi in quei tre anni dietro le sbarre, a processo Aemilia in corso, parla di naturale strategia difensiva di un carcerato, ma nega che questa strategia avesse come obbiettivo quello di tutelare e salvare l’intera associazione mafiosa. Nega in sostanza che Gianluigi agisse in nome degli altri e ne orientasse i comportamenti. L’altro avvocato difensore Stefano Vezzadini neppure prende la parola, nell’aula Bachelet, perché se Sarcone ammette di avere indossato la giacca dello ‘ndranghetista fino al 2015, allora c’è poco da aggiungere sul capo 201 relativo alle intimidazioni alla stampa. Il 6 marzo 2012 Gianluigi Sarcone venne a Telereggio con Alfonso Diletto e i due attaccarono il direttore del TG Gabriele Franzini per un suo servizio che aveva ricostruito il curricolo giudiziario del capo di Brescello e l’intera televisione per la sua proprietà cooperativa. Dico “vennero” perché io ero al lavoro nell’ufficio di fianco a quello di Franzini che mi riferì, dopo l’incontro, la frase finale pronunciata da Gianluigi Sarcone: “Questo lo sistemiamo noi”. Se allora Sarcone, come oggi ammette nella sua lettera, era uomo di ‘ndrangheta, quella frase, col senno di poi, è piuttosto inquietante.

Il sostituto procuratore generale Lucia Musti, che sosteneva l’accusa, ha replicato brevemente alla difesa consegnando alla Corte parte della propria requisitoria pronunciata nel novembre 2020 al processo d’appello che vedeva imputato Nicolino Sarcone per gli omicidi del 1992 a Reggio Emilia (confermata la condanna a 30 anni). In quella requisitoria viene richiamato e ricordato perché la Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna non credette al pentimento del fratello di Gianluigi; “La scelta di Sarcone non è stata accompagnata da una leale disponibilità a fornire tutte le notizie in suo possesso”.

È paradossalmente proprio confrontando i tentativi di collaborazione dei due fratelli che emerge la più forte delle contraddizioni. Nicolino nel 2017, durante il primo interrogatorio da “ipotetico pentito”, disse rispondendo alle domande che riguardavano la sua famiglia: “Riguardo a Gianluigi, mio fratello, è stato affiliato nel 1993 nel carcere di Crotone. Finita quella carcerazione, non ne ha più voluto sapere, si è messo a lavorare veramente di cuore.” Dunque per Nicolino suo fratello Gianluigi ha chiuso con la ‘ndrangheta nel secolo passato. Ma Gianluigi ci dice oggi di avervi fatto parte solo dal 2004 al 2015. I conti non tornano.

La famiglia Sarcone è duramente colpita dalle sentenze di questi mesi. Il capo reggiano Nicolino Sarcone aggiunge i 30 anni per gli omicidi del ’92 ai 15 passati in giudicato per avere guidato la cosca di ‘ndrangheta emiliana. Gianluigi subisce la condanna di oggi in Appello. Il fratello Carmine, definito da Valerio nel 2018 “Il reggente a piede libero della famiglia”, è stato condannato ad inizio novembre a 9 anni da altra Corte d’Appello sempre di Bologna per appartenenza alla medesima organizzazione.

Stando a queste sentenze appare dunque sempre più veritiera l’affermazione scritta da Antonio Valerio nel suo memoriale consegnato alla Corte di Reggio Emilia nel 2018: “I fratelli Sarcone hanno il comando su Reggio Emilia a livello ‘ndranghetistico, e sotto l’aspetto criminoso sono un tutt’uno. Viene un casalese,

viene chi so io, si deve rivolgere a Nicolino”. Dove “rivolgersi” significa riconoscere il potere di controllo della famiglia sul territorio.

E semmai fosse necessario, rincara la dose l’altro collaboratore Salvatore Muto sempre nel 2018: “Carmine è stato l’ago della bilancia dei Sarcone, perché dal momento che sono stati arrestati sia Nicolino che Gianluigi, c’erano i fatti criminosi, rapine, truffe, spaccio, che se ne occupava Carmine. Lui gestiva e ha tenuto vive le conoscenze; ha fatto valere il suo cognome a Reggio Emilia. Perché non è che i Sarcone erano arrestati e nessuno comandava della famiglia Sarcone. Loro svolgevano l’attività normalmente”.

Da tutto questo prende oggi le distanze con la sua lettera, e con una dichiarazione spontanea pronunciata dal carcere in cui è rinchiuso, Gianluigi Sarcone. “Il tempo passato in carcere, e la lontananza dagli affetti più cari, mi ha fatto riflettere profondamente” aggiunge nella sua dichiarazione. “Non trovo e non so più dare un significato alla mia esistenza. Ho commesso un grave errore a cui spero di poter rimediare in futuro e restituire alla mia famiglia e alla società civile una persona migliore. Nel presente incomincio col prendere le distanze dall’associazione. Me ne dissocio. Chiedo scusa alla Corte e al Procuratore Generale per aver fatto perdere tempo e risorse. Chiedo scusa alle istituzioni tutte. Non è mia intenzione ricorrere in Cassazione dopo la sentenza. Chiedo scusa ancora per tutto. Con osservanza, Gianluigi Sarcone”.

Entro 90 giorni conosceremo le motivazioni della sentenza di condanna.

Paolo Bonacini

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