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Nel numero di gennaio 2021 del mensile “le Scienze” c’è un interessante inserto titolato: “Contrastare la disinformazione”. Docenti ed esperti di comunicazione, italiani e statunitensi, ci spiegano come riconoscere le bugie virali e le verità nascoste che condizionano il nostro ambiente informativo.

Edoardo Lombardi Vallauri, che insegna linguistica all’università di Roma Tre, affronta il nodo dello spostamento di attenzione a cui si ricorre sempre più spesso, sia in pubblicità che in politica, con l’obbiettivo di persuadere e convincere aggirando la diffidenza e la capacità critica del cittadino. Il titolo della sua riflessione è emblematico della posta in gioco: “La lingua per ingannare”.

SALUTI DA BRESCELLO

Semplificando all’estremo il suo pensiero (me ne scuso) Vallauri ci fa l’esempio di una pubblicità per un televisore che dice: “Lascia che Philips ti apra gli occhi”. Se Philips ci dicesse: “Tu stai vivendo con gli occhi chiusi”, ci accorgeremmo immediatamente che quella affermazione è falsa e forse oltraggiosa. Il risultato del messaggio implicito è che non ci offendiamo, e può passare l’idea che la nostra vita migliorerebbe (riapriremmo gli occhi) semplicemente acquistando un televisore Philips. Tutto è giocato, in questa banale frase, attraverso il ricorso a quelli che i linguisti chiamano “verbi di cambiamento di stato”. Qui il verbo è “aprire”, che nella nostra mente suona meglio di “chiudere”.

Se passiamo alla politica gli esempi di messaggi devianti o suggestivi sono infiniti. Vallauri ricorda la campagna elettorale per le politiche del 2006, quando Forza Italia affisse grandi manifesti con semplici frasi tipo: “Immigrati clandestini a volontà? No grazie”. L’obiettivo è evocare nella mente dell’elettore facili stereotipi sull’eccessiva tolleranza verso gli immigrati irregolari. Se avessero scritto: “Il centro sinistra non porrà alcun freno all’immigrazione clandestina”, la frase sarebbe stata subito riconosciuta come falsa o esagerata. Cambiando schieramento il metodo non cambia. Un messaggio dell’Ulivo diceva: “Senza asili nido le famiglie non crescono”. Sarebbe una banale ovvietà, se non volesse istillare nella mente del lettore che una vittoria del centro destra porterebbe allo smantellamento dei servizi prescolari. Cosa difficile da sostenere con una affermazione diretta.

Fatta questa lunga premessa, proviamo ad analizzare due notizie relative a vicende degli ultimi giorni, cercando di evidenziare eventuali depistaggi e verità nascoste.

Il 14 gennaio scorso la Gazzetta di Modena titolava “Giovanardi, bordate contro Libera e CGIL”. L’articolo conteneva una intervista nella quale il senatore criticava “i motivi della costituzione di parte civile” delle due organizzazioni, all’interno del processo iniziato il 15 dicembre 2020. Processo che lo vede indagato per “Minacce a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato”. Le argomentazioni difensive di Carlo Amedeo Giovanardi partono da una domanda che l’ex parlamentare rivolge al giornalista (non viceversa): “Secondo lei non è corretto che un parlamentare critichi quando la pubblica amministrazione annienta le aziende sane?” La risposta indotta nel lettore è scontata: “Sì”. Segue una affermazione altrettanto ovvia: “La tutela delle aziende sane è anche tutela dei lavoratori”. Il senatore può a questo punto tirare le proprie conclusioni: “Quindi io difendo le aziende e l’occupazione, e la Cgil vuole i danni da me perché perdeva iscritti. È assurdo”.

In queste poche affermazioni c’è un esempio perfetto di “cambiamento di stato”: non si discute dei fatti realmente accaduti e indagati dal processo, ma di una ipotetica azienda sana, annientata da cattivi funzionari pubblici, alla quale Giovanardi è corso in auto difendendone i lavoratori al posto del sindacato che non faceva bene il suo lavoro. Basta accettare come pertinente la prima domanda e verremo accompagnati frase dopo frase alla conclusione: il senatore è il vero difensore delle imprese sane e delle maestranze.

Ma cosa c’entrano le aziende sane con la storia della Bianchini Costruzioni srl? Perché è di quella che si parla nel processo di Modena che vede imputati Carlo Amedeo Giovanardi e altre 11 persone, compresi i titolari della stessa impresa. Una azienda già passata sotto i raggi x del processo Aemilia e che definire sana all’epoca dei fatti contestati, tra il 2013 e il 2015, parrebbe un tantino esagerato alla luce delle sentenze. Il titolare storico dell’impresa è Augusto Bianchini, condannato a 9 anni di carcere in Appello il 17 dicembre 2020, quale concorrente esterno dell’associazione di ‘ndrangheta operante in Emilia Romagna (capo 4 di imputazione). Dopo il terremoto del 2012 la sua azienda aveva fatto man bassa in modo illecito di appalti diretti nei lavori di ricostruzione grazie al rapporto privilegiato con un dirigente del comune di Finale Emilia, Giulio Gerrini, a sua volta condannato definitivamente a 2 anni e 4 mesi di carcere (capo 189 di imputazione). Per lo stesso reato è stato condannato in Appello anche il figlio di Augusto, Alessandro Bianchini (1 anno e 6 mesi). Molti dei lavoratori impegnati in quei cantieri erano reclutati da uno dei capi mafia condannati in Aemilia (Michele Bolognino, 21 anni e 3 mesi in Appello), grazie alle relazioni storiche della famiglia Bianchini con uomini della ‘ndrangheta, e pagati attraverso l’emissione di false fatture per operazioni inesistenti (capo 92 di imputazione). Per lo stesso reato è stata condannata anche la moglie di Augusto Bianchini, Bruna Braga (2 anni e 2 mesi).

Ad “annientare” la Bianchini Costruzioni srl, secondo queste sentenze di Aemilia, non sono stati la Prefettura o i Carabinieri che dicevano “No” alle richieste pressanti di Giovanardi per riammettere l’impresa modenese alla White List dalla quale era stata esclusa, ma i comportamenti illeciti dei suoi amministratori condannati. Quanto alla CGIL, la sua costituzione di parte civile sarà forse incomprensibile nel mondo fantasioso delle “imprese sane” evocato da Giovanardi, ma nella realtà dei fatti accaduti è una evidente, legittima, doverosa scelta di campo. Perché, come ha spiegato nell’aula di Aemilia il segretario regionale Luigi Giove il 18 aprile 2017, “La CGIL si regge sulla libera partecipazione dei lavoratori, che può essere esercitata solo in un contesto di vera democrazia. Ma se il lavoratore non può parlare, perché teme le ritorsioni; se il mercato è alterato da offerte che non rispettano le regole; se il confronto tra lavoratori ed impresa viene falsato dal ricatto esplicito e dai lucchetti ai cantieri per tenere fuori il sindacato; se accadono queste cose non c’è libertà, non c’è democrazia, non si riesce ad esercitare la rappresentanza”.

Un altro tentativo di allontanare l’attenzione dall’oggetto vero del contendere, pare emergere dal commento che l’ex sindaco di Brescello (RE), Ermes Coffrini, rilascia alla Gazzetta di Reggio il 2 febbraio 2020, dopo la diffusione della notizia che il 25 gennaio il Gip del Tribunale di Milano, Daniela Cardamone, ha archiviato la querela per diffamazione da lui presentata contro gli autori dello spettacolo teatrale “Saluti da Brescello”. Archiviazione chiesta anche dal Pubblico Ministero.

Il legale che ha seguito il caso per conto di Coffrini, avv. Mario L’Insalata, manda alla Gazzetta una lettera di commento in cui dice: “L’ordinanza di archiviazione del Gip di Milano non ha per nulla riconosciuto la veridicità di quanto raccontato nello spettacolo teatrale incriminato”.

Certo. Ma come poteva farlo, visto che i protagonisti dello spettacolo sono due personaggi immaginari del cinema: Peppone e Don Camillo? L’ordinanza di archiviazione ha semplicemente riconosciuto che lo spettacolo “Saluti da Brescello” non è diffamatorio. L’esatto contrario di quanto richiesto da Coffrini, che aveva presentato una querela per diffamazione, non per “falsità del contenuto narrato” (ammesso che esista un simile reato). Coffrini cerca di addolcire la sentenza, attraverso il giornale, spostando l’attenzione sul binomio vero/falso dei contenuti, ma l’archiviazione decisa dal Gip ci consegna una vittoria del buon senso e del rispetto di principi costituzionali che tutti dovrebbero apprezzare. Il Pubblico Ministero ha chiesto l’archiviazione perché “L’opera teatrale può avere un carattere lesivo dell’altrui reputazione, ma la punibilità (degli autori) trova un limite nel corretto esercizio del diritto di manifestazione del pensiero e di espressione artistica (art. 21 e 33 della Costituzione). Nel caso in esame l‘opera teatrale propone una lettura negativa della gestione amministrativa del comune di Brescello, utilizzando la vicenda del vigile Donato Ungaro come esemplificativa di un sistema politico locale permeabile tanto a interessi privati che a quelli illeciti della criminalità organizzata”. Il PM sostiene che il linguaggio, “sebbene caustico, non eccede in insulti o espressioni volgari”. Il Giudice fa sua questa valutazione alla quale aggiunge una riflessione significativa sulla differenza tra articolo di giornale e rappresentazione teatrale: “L’estrinsecazione del pensiero che si realizza attraverso un’opera artistica o letteraria è diversa rispetto a quella che si compie tramite l’attività giornalistica. Quest’ultima offre informazioni e notizie su fatti e vicende, mentre l’opera letteraria si connota per l’affermazione di ideali e valori che l’autore intende trasmettere mediante una attività di trasfigurazione creativa della realtà. Ne consegue che, a differenza dell’attività giornalistica, l’opera letteraria non assume carattere diffamatorio per il solo fatto di essere non veritiera, perché compito dell’arte non è quello di descrivere la realtà nel suo obiettivo e concreto verificarsi”.

È doveroso comunque ricordare che l’opera “Saluti da Brescello” non è solo un pregevole prodotto teatrale elaborato dal regista Marco Martinelli, perché la presenza pervasiva della ‘ndrangheta nel comune reggiano sulle rive del Po è un fatto reale. Come è vero che il vigile/giornalista Donato Ungaro, di cui parla l’opera, è stato licenziato da dipendente comunale nel 2002, per decisione dell’allora amministrazione comunale guidata dal sindaco Ermes Coffrini. Licenziamento poi impugnato da Ungaro e giudicato illegittimo nei successivi tre gradi di giudizio.

Paolo Bonacini

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