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Chi ha ucciso Giuseppe Ruggiero il 22 ottobre del 1992 a Brescello?
Forse non lo sapremo mai.
In realtà è vero anche il contrario: oggi sappiamo tutto, dal punto di vista storico, su quel terribile omicidio commesso nella notte da mafiosi travestiti da Carabinieri, nell’ambito di una guerra di ‘ndrangheta che non risparmiò morte e sangue tanto al nord quanto al sud. Ma sul fronte giudiziario, il primo grado del processo di Reggio Emilia per quell’omicidio ha assolto due presunti esecutori materiali e un mandante. Condannato all’ergastolo è il solo Nicolino Grande Aracri, che partecipò alla spedizione notturna guidando una delle auto utilizzate per la fuga ma non andò sotto casa di Ruggiero. Soprattutto non fu tra i killer che lo uccisero con 5 colpi di una pistola semiautomatica 7,65 e di una a tamburo 38 special.
Chi impugnava quelle armi? Chi sparò materialmente a Ruggiero nell’atrio d’ingresso della sua casa mentre la moglie Maria Stella Camposano, sposata a 16 anni nel 1985, aspettava seduta in salotto pensando ad un controllo di polizia? Lei, Maria Stella, ha raccontato in aula l’anno scorso che quando sentì gli spari corse verso l’entrata e il marito era a terra in un lago di sangue. Fece a tempo a chiedergli “Chi è stato?” e a sentire le sue ultime parole: “Non lo so”.
Neanche noi lo sappiamo oggi sulla base della sentenza di Reggio Emilia, perché la Corte d’Assise non dice chi sparò. Dice chi “non sparò”: i due imputati Angelo Greco e Antonio Lerose, indicati dalla pubblica accusa come gli esecutori materiali dell’omicidio. La sentenza dice che i due vengono assolti “per non aver commesso il fatto”. Una frase semplice e inequivocabile, scritta e firmata dal presidente Dario De Luca e dal giudice a latere Silvia Guareschi, al termine delle 135 pagine che spiegano i motivi della sentenza. Semplice ma perentoria, perché se non hai commesso il fatto vuol dire che lo ha commesso qualcun altro (Ruggiero è morto, su questo non c’è dubbio). In verità poche pagine prima di quella frase i giudici scrivono una cosa leggermente diversa: “Conclusivamente sul punto (cioè gli elementi probatori relativi all’omicidio) non vi è prova certa della responsabilità contestata ad Angelo Greco e Antonio Lerose, i quali vanno conseguentemente assolti per insufficienza di prove”. L’insufficienza di prove è cosa meno assoluta del “non aver commesso il fatto” ed è collegata al ragionamento sviluppato dai giudici sulle contraddizioni delle due storie/confessioni narrate dai collaboratori di giustizia Angelo Salvatore Cortese e Antonio Valerio. I due, dice la sentenza, “offrono descrizioni diverse dell’omicidio Ruggiero con riferimento alla composizioni del commando di fuoco e dei ruoli assunti dai suoi membri”. Entrambi danno atto della presenza di Antonio Lerose e Angelo Greco nell’auto camuffata da carabinieri, ma mentre Cortese spiega che Lerose sostituiva il killer milanese Aldo Carvelli, non arrivato a Reggio Emilia, Valerio sostiene che Carvelli c’era e prese parte all’omicidio assieme agli altri due.
La differenza fondamentale delle due narrazioni è questa. Riguarda la presenza o meno nel commando di Aldo Carvelli detto “Sparalesto” (un nome, un programma). Una contraddizione che la Corte definisce “macroscopica” e che “non consente di ricostruire processualmente, in maniera attendibile, il fatto storico che portò alla morte di Ruggiero, per una decisa e assoluta inconciliabilità delle due versioni raccontate”. Segue una seconda affermazione fondamentale: “È pur vero che la discrasia è sulla persona di Carvelli, non imputato in questo processo, ma la centralità del suo ruolo… si pone come fuoco di due racconti diversi, descrittivi di fatti storici diversi in punto di materiale ricostruzione della fase esecutiva dell’omicidio” che è il “nucleo essenziale del fatto”.
La Corte di Reggio Emilia, per giudicare Greco e Lerose, tenta dunque di guardare dentro quella Fiat Uno guidata da Antonio Valerio, con lampeggiante e targa dell’esercito italiano EI645CN proveniente da Cutro, che alle tre di notte parte da un capannone di Villa Cella, sulla via Emilia tra Reggio e Parma, in direzione Brescello. L’auto assomiglia alla scatola di acciaio del famoso esperimento mentale compiuto nel 1935 dal premio Nobel per la fisica Erwin Schrödinger, che vi rinchiuse un gatto e una pastiglia di cianuro con il 50% di probabilità che questa lo uccidesse. Schrödinger dimostrò che secondo le leggi della fisica quantistica in quella scatola di acciaio dovevano per forza convivere sia un gatto vivo che un gatto morto, e che solo quando qualcuno l’avesse aperta, e avesse guardato dentro, si sarebbe materializzato uno dei due stati: o vivo o morto. La Corte d’Assise di Reggio Emilia ha fatto questo: ha tentato di guardare dentro la scatola d’acciaio, la Fiat Uno, per sciogliere il nodo inconciliabile di Carvelli che c’è e allo stesso tempo non c’è. Per passare dalla fisica quantistica al mondo reale. Ma il paradosso di Brescello è tale e quale al paradosso di Schrödinger, perché nel mondo reale quell’auto e quella notte del 1992 oggi non esistono più e non sapremo forse mai se Carvelli c’era o non c’era. Ciò che conta, per Valerio e anche per Cortese, è che c’erano Lerose e Greco. Ciò che conta, per la Corte d’Assise di Reggio Emilia, è che questo non basta per condannarli.
Come non basta per condannare come mandante Antonio Ciampà, detto "Coniglio”, il racconto dettagliato di Cortese sulla consegna del denaro, 25 milioni di lire, che lui e altri due membri della sua famiglia effettuarono in casa di Nicolino Grande Aracri dopo l’omicidio Vasapollo, come contributo per l’imminente uccisione di Ruggiero. Servivano, secondo le intenzioni, a comprare dei Kalashnikov. Cortese spiega che a quell’incontro parteciparono lui, Nicolino, Raffaele Dragone e Angelo Greco. I Ciampà arrivarono in tre su un fuoristrada Pajero bianco: lo guidava Domenico Ciampà detto “Culo di papera” e con lui c’erano Tonino Ciampà “Il coniglio” e Archelio Ciampà, offerto come membro del commando. Ma Grande Aracri rifiutò perché Archelio era inesperto in materia di omicidi. Il racconto è dettagliato ma per la Corte non basta la voce di Angelo Salvatore Cortese a renderlo attendibile senza altre conferme. In più non è certo, sempre secondo la sentenza, chi fosse realmente al posto di comando nella infinita famiglia mafiosa (attributo che invece è certo anche per la Corte) dei Ciampà. Dicono i giudici: “La prova delle accuse mosse a Ciampà non può dirsi raggiunta per insufficienza di riscontri, con la conseguenza che lo stesso va assolto per insufficienza di prove da entrambi gli addebiti”. Anche in questo caso “insufficienza di prove” diventa poi, nel dispositivo, “assolto per non aver commesso il fatto”.
In attesa di sapere se la Direzione Distrettuale Antimafia presenterà appello contro questa sentenza (scommettiamo di sì) vale la pena riassumere il più velocemente possibile lo scenario della guerra di mafia in cui maturano quei due omicidi. Scenario le cui tappe appaiono come la trama perfetta messa lì dalla storia, in attesa di essere sceneggiata da un regista per un grande film.
Tutto comincia a Reggio Emilia il 21 settembre 1979, quando Paolino Lagrotteria e Giuseppe Vasapollo entrano nel night Pussycat in pieno centro e gli danno fuoco, perché i titolari non vogliono pagare il pizzo. Qualcosa non funziona a dovere, perché Vasapollo resta bloccato dalle fiamme e muore intossicato. Lagrotteria invece scappa e si rifugia a Cutro, sotto la protezione della famiglia di ‘ndrangheta che laggiù comanda: i Ciampà. Che sono tanti, e radunati in due ben distinti emisferi: i Ciampà di Contrada Scarazze, vicini ai Dragone del temibile Antonio, inviato nel 1982 al confino a Quattro Castella di Reggio Emilia e i Ciampà di Corso Nazionale, legati al futuro astro nascente della mafia cutrese Nicolino Grande Aracri. Due famiglie che si legano come da tradizione anche attraverso i matrimoni: Bettina Grande Aracri, che vive a Brescello, sposa Giovanni Ciampà, figlio del capostipite Peppe e cugina di Antonio “Coniglio”. Passano gli anni ma i Vasapollo a Reggio Emilia non dimenticano la morte nell’incendio del loro Giuseppe e non credono alla fatalità. C’è un vigliacco che è scappato lasciandolo a morire e quel vigliacco va punito. Nel 1992 i Vasapollo sono alleati con i Ruggiero, altra famiglia di ‘ndrangheta che ha messo radici stabili in Emilia e si sentono abbastanza forti per la vendetta. In più hanno un asso nella manica, il killer nero (nel senso di fascista) Paolo Bellini, oggi a processo per la strage di Bologna. Una delle figure più misteriose e inquietanti delle storie eversive italiane. Tanto che l’assunto storico: “La ‘ndrangheta ha assoldato Bellini”, va forse rimodulato (come sostiene una cara amica esperta in materia): “Bellini ha assoldato la ‘ndrangheta”. Comunque sia, Bellini parte per vendicare la morte di Vasapollo e l’uccisione avvenuta il 24 giugno 1992 di Rosario Ruggiero detto “Tre dita”, ammazzato nella sua falegnameria a Cutro poco dopo essere uscito di galera. Ammazzato perché nel 1977 aveva a sua volta ammazzato Luigi Valerio, padre di Antonio, l’attuale collaboratore di giustizia che all’epoca dei fatti, all’inizio degli anni Novanta, teneva pericolosamente i piedi in due staffe a Reggio Emilia: amico dei Vasapollo e amico anche dei Dragone/Grande Aracri. Bellini arriva a Cutro e il 13 agosto 1992 uccide Paolino Lagrotteria davanti alla moglie, la colpisce e le strappa la collana. È un fatto inaccettabile per le famiglie cutresi. In primo luogo non si ammazza nessuno a Cutro senza prima chiedere il permesso ai Ciampà; in secondo luogo l’omicidio viene commesso volutamente il giorno prima del matrimonio di Stella Ciampà, figlia di del boss Don Tano, cugino di Antonio “Coniglio”. Un matrimonio rovinato dall’uccisione di Paolino, figlioccio di Don Tano; uno sfregio che grida vendetta.
Le famiglie unite dei Ciampà, Dragone e Grande Aracri comandano l’immediata replica: il 6 settembre 1992 viene ammazzato a Cremona Dramore Ruggiero, che raggiunge nell’aldilà suo fratello Rosario “Tre dita”. Una settimana dopo viene ucciso a Cutro Marcello Galdini detto “Ponghino”, un protetto dei Ruggiero, e due settimane dopo muore colpito da un commando nella sua casa di Reggio Emilia Nicola Vasapollo. È il 21 settembre 1992 e non è un giorno scelto a caso: il 21 settembre 1979 moriva asfissiato suo fratello Giuseppe al Pussycat. Un anniversario celebrato col massimo sfregio possibile: un nuovo omicidio. Passa un mese e tocca ancora ad un Ruggiero: il Giuseppe di Brescello, con il gruppo travestito da Carabinieri.
Fermiamoci qui, e se il film piacerà, potremo sceneggiare il sequel con la guerra che si sposta in casa dei vincitori: “I Grande Aracri contro tutti”.

Paolo Bonacini

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